martedì 6 giugno 2017

Fave e piselli: buoni, sani e poco costosi

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Ogni anno, questa stagione ci offre due preziosissimi alleati della salute, le fave ed i piselli. Seppur presenti tutto l’anno secchi, in primavera è bene prediligere il prodotto fresco e sceglierlo bene osservando i baccelli che non presentino ammaccature e che non abbiano le estremità raggrinzite o secche per essere sicuri di avere un prodotto fresco (attenzione gran parte del prodotto in vendita proviene dalla Cina).
Prima di entrare nello specifico delle caratteristiche di ciascuno dei due legumi è doverosa una premessa che riguarda entrambi: abbinati ai cereali, sia le fave che i piselli sono un ottimo sostituto delle proteine ad elevato valore biologico tipiche del regno animale (carne, pesce, uova).


Fave ricche di fibra e di ferro
Le fave garantiscono un ottimo apporto di ferro e altri minerali e una notevole quantità di vitamine; quasi irrilevante la presenza di grassi, questa caratteristica fa di questo legume un alimento ipocalorico, circa 70 calorie per cento grammi (fave fresche), oltre che sano.
L’acqua e le fibre aiutano sia la diuresi sia la motilità intestinale, in una classifica dei 10 prodotti con il maggior contenuto di fibre, al numero uno si posiziona l’orzo perlato con 9,2 per 100 grammi di prodotto, le fave con 7,3 e i piselli con 6,4.
Tra i minerali presenti spicca il Ferro, che come abbiamo scritto in molti post, necessita di vitamina C per essere assorbito, ebbene le fave sono ricche anche di Vitamina C… quindi le possiamo considerare un vero e proprio integratore naturale, ricordiamoci però che la cottura danneggia gran parte delle vitamine quindi il suggerimento potrebbe essere di mangiare le fave, sbucciate e crude, oppure abbinare alle fave cotte un alimento ricco di vitamina C.
Le fave presentano anche una controindicazione gravissima, legata a una malattia che non a caso viene detta comunemente Favismo,  si tratta di una patologia correlata al deficit di un enzima, il G6PD (glucosio 6 fosato deidrogenasi): le persone che presentano questa caratteristica possono andare incontro a varie conseguenze anche gravi, come l’anemia emolitica.
Le fave sono sempre più richieste da quando si è diffusa una notizia apparentemente miracolosa: le fave sono una fonte di levodopa, farmaco d'elezione nella lotta contro il Morbo di Parkinson.
Effettivamente, è stato dimostrato che l'intera pianta di fave contiene levodopa: ciò che si deve tenere in considerazione, è che la quantità di sostanza varia moltissimo da specie a specie, oltre che dai fattori ambientali. Non ci sono studi attendibili sull'effetto della levodopa contenuta nelle fave nel trattamento del Parkinson. Tuttavia, sta di fatto che alcuni pazienti malati di questa patologia hanno ottenuto buoni risultati in seguito al consumo frequente e regolare di fave. Alcuni autori sono fiduciosi e speranzosi: essi ritengono, infatti, che i semi non contengano solamente levodopa, ma anche altre sostanze in grado di potenziarne l'effetto.
La Scienza non riesce ancora a dimostrare qual è il motivo per cui solo alcuni pazienti rispondano in modo positivo ad un’alimentazione ricca di fave; per altri, infatti, l'effetto è vano.

Piselli, i legumi più digeribili
Sono con le lenticchie i legumi più antichi. La loro comparsa in Asia medio-orientale si perde nella notte dei tempi, risalendo forse all’ultimo periodo dell’età della pietra. Semi di piselli risalenti al 5.550 a.C. sono stati ritrovati in Turchia negli scavi di Halicat, ne sono stati ritrovati altresì nelle tombe dei Faraoni d’Egitto e nelle omeriche rovine di Troia.
Conosciamoli meglio dal punto di vista nutrizionale: modesto  apporto calorico: 80 kcal/100g del prodotto fresco, che nel secco diventano 282kcal; privi di colesterolo; privi di glutine; più dolci rispetto agli altri legumi perché contengono una maggior quantità di zuccheri semplici; minore concentrazione di amido rispetto ad altri legumi, e quindi più digeribili; buon apporto di fibre solubili, senz’altro utili per i problemi di transito intestinale e di stitichezza, e con la loro permanenza nello stomaco, tendono a stabilizzare la glicemia; secondo alcuni studi si ritiene possano contribuire a ridurre il livello del colesterolo nel sangue;  ricchi di tutte le Vitamine del gruppo B, eccetto della B12; sono ricchi della Vitamina E, della Vitamina PP, la niacina (l’acido nicotinico), nonché della Vitamina C che rinvigorisce le difese naturali; dell’organismo; contengono, anche se in modesta quantità, fitoestrogeni, in genere usati per attutire i sintomi della menopausa;  ricchissimi di ferro, di fosforo, che alimenta le cellule nervose e fissa il calcio, di potassio; Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione - INRAN:
I piselli sono una fonte di purine, è consigliabile una certa moderazione nell’uso a quanti hanno problemi di iperuricemia o di gotta.

venerdì 12 maggio 2017

Fragole, un regalo di primavera

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Come si fa a non amare le fragole?
Maggio è il mese giusto per fare il pieno di questo frutto noto già ai tempi dei romani con il nome di Fragaria, consumata soprattutto dai ceti benestanti.
La fragola cresce spontaneamente nei boschi ma può essere coltivata. Cresce bene sia in vaso che per terra e preferisce i climi temperati.
Questo frutto, quando non è coltivato in un ambiente chiuso o concimato con prodotti chimici, è un concentrato di proprietà curative: è diuretico, astringente depurativo e tonico.
Cinque fragole contengono il quantitativo di Vitamina C pari a quello di un’arancia, vitmina C che, come sappiamo bene, è indispensabile nell’assorbimento del ferro.
Nello specifico sono ricche di fibre, contengono pochi carboidrati, e assicurano un elevato apporto di Vitamina A, C, Calcio, Ferro, Potassio, Sodio, Magnesio.



Qualche consiglio quando acquistiamo le fragole
devono essere sode, di un rosso uniforme. Nel caso presenti parti bianche o verde chiaro, significa che la fragola è ancora acerba. Se l’acquistiamo in vaschetta è bene controllare che non ci siano esemplari ammaccati o ammuffiti.
Fare attenzione al picciolo, che deve essere ancora attaccato al frutto. Inoltre se il colore della fragola è rosso scuro vuol dire che è piuttosto matura e quindi va consumata in brevissimo tempo.
Come conservarle
Le fragole sono facilmente deperibili, quindi vanno tenute in frigorifero, nello scomparto meno freddo, per 2-3 giorni al massimo, poste su vassoi di cartone o lasciate nel cestino in cui sono state acquistare, in modo che circoli l’aria. Evitare di lavarle o di eliminarne il picciolo se non si è intenzionati a consumarle subito.
Come trattarle
Dopo aver lavato velocemente le fragole, togliere la rosetta di foglie, senza strapparla, ma con un movimento di torsione; evitare di tenerle a bagno; se si vuole pulirle più accuratamente, aggiungere all’acqua del limone.
Ricordiamoci di condirle solo all’ultimo minuto altrimenti cuociono e diventano molli.

Dovremmo imparare a mangiare più frutta e verdura, un consiglio che continua ad essere al centro delle linee guida alimentari internazionali,  ma come la mettiamo con i residui di pesticidi presenti sulle fragole?
Le fragole, purtroppo, risultano essere tra i frutti con il più elevato residuo di pesticidi (come pure le mele e l’uva). Nel caso delle fragole perché crescono rasoterra, quindi più esposte all’attacco di parassiti o animali come lumache e insetti. 
Il rischio di residui di pesticidi può variare da un Paese di coltivazione all'altro, come possiamo rileggere nell’articolo sull’allevamento del pesce, vi sono Paesi anche in Europa che utilizzano ancora prodotti veramente pericolosi.
Secondo le organizzazioni dei consumatori oltre che gli istituti di ricerca i prodotti alimentari bio, generalmente, rientrano nelle categorie a basso rischio per quanto riguarda i residui di pesticidi.
L'Efsa (autorità europea per la sicurezza alimentare) di recente ha reso noto che quasi tutti i cibi che mangiamo contengono residui di pesticidi, ma a livelli inferiori rispetto alla norma e che con il passare degli anni, la quantità di residui tende a diminuire. I pesticidi nei nostri piatti dunque non supererebbero i limiti di legge. Possiamo stare tranquilli o sarebbe meglio scegliere fragole bio?
Meditate gente, meditate… 

giovedì 20 aprile 2017

Salmoni all’ingrasso, non solo Omega 3…purtroppo!

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Qualche settimana fa nel programma “Indovina chi viene a cena?” trasmesso da Rai 3 alle 20,30, hanno parlato dell’allevamento del pesce, in particolar modo dell’allevamento dei salmoni nei mari del nord Europa, il servizio è stato piuttosto inquietante e mi ha offerto uno spunto di approfondimento.

Come ben sappiamo ormai tutti, il salmone rappresenta un’importantissimafonte di Omega 3, ma proviamo ad andare a fondo alle caratteristiche di questo pesce eccezionale che si pesca selvaggio o più comunemente viene allevato nei mari freddi.
Acquistando salmone fresco in pescheria l’unica indicazione che troviamo, obbligatoria, è la provenienza, ovvero il luogo di pesca e, se si tratta di pesca in mare o allevamento (normativa europea estremamente utile, entrata in vigore anche per la tracciabilità del latte e dei suoi derivati da mercoledì 19 aprile).
Ed è dall’etichetta che scopriamo che, generalmente, i salmoni che stiamo acquistando non hanno nulla a che fare con quei tenaci pesci che risalgono la corrente, bensì si tratta di salmoni allevati in mare, ma all’interno di reti in cui sono costipati, non si muovono, quindi ingrassano; si ammalano facilmente quindi vengono trattati preventivamente con antibiotico;  probabilmente alimentati con grasso di pesce pescato in mari inquinati da diossina e, per non farci mancare niente, spesso arricchiti di Etossichina. Insomma, un disastro!


La prima cosa che penso sia utile sottolineare è che gli allevamenti di pesce non sono tutti uguali, in Italia, ad esempio, abbiamo allevamenti di qualità molto alta (ad esempio gli allevamenti ittici di Orbetello) ed altri meno, ma di sicuro, in tutto il nostro Paese, siamo tutelati da una normativa restrittiva rispetto all’impiego di sostanze pericolose per la salute pubblica, ma non è così nel resto del mondo e neppure d’Europa.

Tra le tante sostanze impiegate nell’ allevamento del pesce fuori dall’Italia ci possiamo imbattere nella Etossichina, bandita dai nostri ministeri della Salute e dell'Ambiente ma consentita in altri Paesi (ad esempio Spagna, nord europa) per l’itticoltura e per la conservazione a lungo termine della frutta,  - argomento questo che merita un altro specifico approfondimento -.
Ma cos'è l'Etossichina? È un agrofarmaco che viene impiegato per evitare il cosiddetto "riscaldo superficiale" dei frutti durante la frigoconservazione e applicata ai cibi per animali per evitare l'irrancidimento dei grassi Nel marzo del 2011, la Commissione Europea ne revocò l'utilizzo ma negli Stati extra-UE e anche in alcuni Paesi europei (Spagna in primis) si continua a utilizzare questa molecola.
Di questa sostanza, stando a quanto documentato nel programma da Rai 3, si fa ampio uso negli allevamenti norvegesi di salmoni. 


Altro problema l’accumulo di diossina che riguarda soprattutto i pesci di pezzatura più grossa, come ad esempio il salmone, soprattutto se questo è allevato in vasche che ne restringono al massimo la possibilità di movimento.
I pastoni a base di grasso di pesce pescato in zone inquinate sono la causa principale dell'accumulo di Pcb nei pesci allevati; un salmone è in grado di accumulare concentrazioni di Pcb 20-30 volte superiori a quelle che si trovano nel mangime stesso e nell'ambiente circostante. Inoltre, i pesci d'allevamento vengono velocemente e intenzionalmente ingrassati ed è proprio nel grasso che le sostanze chimiche si accumulano maggiormente.
I Pcb sono in grado di alterare il meccanismo di funzionamento degli ormoni prodotti dalla tiroide, sembrano interferire con lo sviluppo del sistema nervoso e sono stati classificati dalla Iarch (International agency for research and cancer) come probabili cancerogeni per l'uomo; occorre quindi fare molta attenzione.....

Anche l'Efsa, l'Ente europeo per la sicurezza alimentare, si è posta seriamente il problema dei contaminanti contenuti nei pesci d'allevamento, come ad esempio i Pcb, i policlorobifenili, presenti in quantità che si raccomanda di diminuire o eliminare.

venerdì 24 marzo 2017

Meno sale e vivi più a lungo

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Siamo nella settimana di sensibilizzazione alla riduzione nell’utilizzo del sale in cucina, ho quindi pensato di dedicare il post di questa settimana a questo tema, ma non lo faccio citando studi o ricerche scientifiche, bensì intervistando la dottoressa Daniela Tovena, cardiologa e socia del nostro gruppo d’acquisto.

Daniela sappiamo tutti che con il consumo di sale non bisogna esagerare, ma negli ultimissimi studi più si parla di riduzione drastica nel consumo di sale da cucina.
Ci aiuteresti a capire qual’è l’impatto di una dieta ricca di sodio sul buon funzionamento dell’organismo a lungo andare?
“Il sale è un elemento essenziale per diverse funzioni fisiologiche e per mantenere l’equilibrio biochimico dell’organismo intorno a determinati parametri che ne consentono un normale funzionamento. Inoltre, è importante per la protezione del corpo dall’eccessiva perdita di liquidi. Secondo molte ricerche, vecchie e recenti, l’eccesso di sodio danneggia l’integrità dell’endotelio, il sottilissimo rivestimento cellulare interno dei vasi sanguigni. Le cellule  endoteliali regolano la coagulazione, l’adesione delle piastrine e possiedono anche una funzione immunitaria. Le pareti di arterie e arteriole diventano più spesse (arteriosclerosi e aterosclerosi) e ciò pregiudica a cascata il funzionamento degli organi  irrorati. Perciò il cuore viene danneggiato per la formazione di placche coronariche, cardiopatia  ischemica e infarto, ma anche con ipertrofia e scompenso cardiaco. Si deteriorano le grandi arterie con formazione di placche e restringimenti alle carotidi, arterie iliache e femorali, o anche con formazione di aneurismi. Danni cardiaci e placche carotidee facilitano ictus ed emorragie cerebrali. Troppo sale può rendere più sensibili le cellule del sistema nervoso simpatico che determina  vasocostrizione periferica: spasmi vascolari comportano per il cuore un maggior rischio aritmico e ischemico. Un eccesso di sale assunto con la dieta, danneggiando l’endotelio dei nefroni  - le unità funzionali dei reni che filtrano il sangue - compromette la funzione renale o aggrava malattie che portano ad insufficienza renale. E’ facilitata la calcolosi renale.  Anche i vasi della retina dell’occhio, danneggiati, portano a riduzione della vista. Sale, un suo eccessivo consumo favorisce la perdita di calcio con le urine facilitando losteoporosi.
Recentissimamente è stato segnalato che un  elevato apporto di sale favorisce la trasformazione neoplastica delle cellule dello stomaco e la comparsa di neoplasia gastrica. La combinazione di infezione da Helicobacter Pilori ed alti livelli di consumo di sale sembra essere particolarmente rischiosa. Altri studi hanno svelato possibili rapporti tra un elevato consumo di sale e obesità: infatti il cibo salato mette sete e ciò induce spesso a consumare bevande dolci, come capita frequentemente alla popolazione di giovanissimi dei paesi industrializzati”.
Chi corre più rischi?
“Chi già soffre di ipertensione, cardiopatia ischemica, ipertrofia cardiaca, scompenso cardiaco, arteriopatia o aneurismi di qualsiasi distretto corporeo, pregresso ictus e nefropatia o è in dialisi. Aggiungiamo anche chi ha il diabete o è obeso. Per costoro è richiesta una maggior diligenza verso un minor consumo di sale”. 
Quale quindi la quantità di sodio che possiamo assumere con la dieta?
“Per tutti gli adulti sani un consumo di sodio giornaliero inferiore a 5,8 g di sale (equivalente ad un cucchiaino pieno raso) è stato raccomandato da tutte le più importanti organizzazioni scientifiche e sanitarie tra cui l’OMS; e a chi ha una malattia renale o cardiaca si raccomanda di ridurre l’assunzione di sodio a 3,8 g di sale.
L’American Hearth Association indica il valore di 3,8 g di sale come un target importante per tutti”.
Sotto quali forme e in quale modo introduciamo il sale, quindi il sodio, nel nostro organismo?
Per praticità possiamo differenziare:
· SALE discrezionale cioè sale che viene aggiunto durante la preparazione dei cibi e a tavola. E’ un apporto quanto mai vario che va, a seconda delle Regioni e delle abitudini individuali, da un 15 % a oltre il 35% di quanto consumiamo in totale. In realtà è richiesto dall’assuefazione del nostro palato e potremmo farne a meno.
· SALE non discrezionale cioè sale che è stato aggiunto nella preparazione del pane (anche un 30% del consumo giornaliero) e dei prodotti trasformati: insaccati, prosciutti, pesce salato e pesce affumicato, formaggi conservati, cibi in scatola o precotti, salse, dadi etc. Mediamente, secondo l’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione (INRAN), rappresenta nel nostro ambiente il 54% del consumo. In altri Paesi, o per singole persone, può raggiungere l’80% del consumo. Sta a noi trasformare il più possibile questa quota da non discrezionale a “discrezionale”, con un’accorta scelta dei cibi.
· Sale non discrezionale non modificabile come sodio già presente naturalmente in verdura e frutta (da un 2- 3 sino a un 10 % del consumo).
· Sale Aleatorio: sodio contenuto in farmaci (ad esempio come citrato di sodio, bicarbonato di sodio, cloruro di sodio). Potremmo inserire qui il sale contenuto nell’acqua minerale, che incide relativamente poco nel consumo giornaliero (per cui non vi è una reale necessità di ricorrere ad acque iposodiche per ridurre l’apporto totale di sodio).
Pertanto la maggiore attenzione va fatta per il sale discrezionale che aggiungiamo ai cibi come sale da cucina (preferire il sale integrale non raffinato) e nel riconoscere il sale nascosto nei preparati industriali: snack e patatine, affettati , formaggi stagionati, bibite ‘energetiche’ ai sali minerali,  pizza e cereali del mattino, pane,salse da tavola, dadi. Ricordiamo che anche gli alimenti dolci contengono sale”.
Alternative al condimento con sale…
“Si possono usare i seguenti condimenti salutari: succo di limone, aceto di mele, succo di sedano, piccole quantità di alghe in polvere, pomodori e altri ortaggi essiccati naturalmente, cipollotti e altre erbette o spezie non piccanti.
Se mangi cibi confezionati, cerca di controllare bene l’etichetta, e se vai al ristorante… in genere evita le salse, le zuppe e tutti i cibi troppo salati”.

venerdì 17 marzo 2017

Cibi acidificanti e alcalinizzanti: cosa scegliere?

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Cibi acidificanti e cibi alcalinizzanti. Quali alimenti scegliere al fine di riequilibrare il pH del nostro organismo?
Il funzionamento del nostro organismo si basa sul delicato rapporto acido/basico. Quando l'ambiente in cui vivono le nostre cellule diventa molto acido, questa acidità penetra all'interno delle cellule alterando il pH del nucleo e creando i presupposti per quell’insieme di malattie definite da degenerazione cellulare.
La comunità scientifica è sempre più orientata a considerare come principale causa dell'acidità eccessiva, l'assunzione di alimenti dall'azione particolarmente acidificante.
Altre importanti cause di acidificazione dell’organismo sono: lo stress, il fumo, l’assunzione di farmaci, la vita sedentaria, la disidratazione e il consumo di bevande alcoliche.
Gli alimenti con un importante contenuto di minerali alcalini, come sodio, potassio, calcio e magnesio, è probabile che esso risulterà alcalinizzante per il corpo. Tra gli alimenti considerati a maggior potere alcalinizzante troviamo l'uva (spesso alla base di diete disintossicanti), gli spinaci, il sedano, le carote, i fichi secchi, i cetrioli, i germogli di fagioli, la lattuga, i ravanelli, i cavolini di Bruxelless, i cavolfiori. E poi ancora lo zenzero, il peperoncino, il curry, la salvia, il rosmarino, i semi di finocchio e i semi di cumino, la quinoa, il miglio e l'amaranto.

In generale, sono ritenuti acidificanti quei cibi contenenti zucchero e lievito, gli alimenti fermentati, raffinati o fortemente trattati. La maggioranza dei cereali sono considerati acidificanti. Tra di essi troviamo farro, grano, orzo, avena, riso, segale, mais e loro derivati, compresa la pasta ed il pane. Vi son alcuni legumi considerati acidificanti, come ceci, fagioli bianchi e lenticchie. Sono alimenti acidificanti lo zucchero, il miele, le uova, i gamberetti, il merluzzo, il salmone, la carne di pollo, di maiale, di agnello, di manzo e di tacchino.
Vi sono poi alimenti comunemente considerati acidi, che in realtà sono in grado di provocare nell'organismo la formazione di sostanze basiche utili. E' ad esempio il caso di alcuni agrumi tra i quali troviamo limoni e pompelmi, i cui acidi vengono trasformati in carboidrati alcalini (basici) utili all'organismo. 

Come sapete non abbiamo mai preso posizioni estremiste rispetto alle scelte alimentari, ma abbiamo sempre cercato di andare a fondo alle informazioni che spesso più che orientare a scelte consapevoli, disorientano.
L’invito è a seguire un dieta che non elimina gli alimenti acidificanti dalla propria alimentazione, ma che punti alla ricerca di un equilibrio, in modo tale da poter evitare l'eccessiva formazione di acidi all'interno del nostro organismo.
Quando assumiamo un alimento acidificante assicuriamoci di accompagnarlo sempre con un altro alcalinizzante, quindi la regola è sempre la stessa: variare gli alimenti, consumare verdura e frutta soprattutto seguendo le stagioni e scegliere prodotti non raffinati.

sabato 11 marzo 2017

Oggi parliamo di pelle

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Oggi nel nostro blog ospitiamo una socia, Eleonora, promotrice di prodotti cosmetici naturali. Vi invito a leggere attentamente e chi fosse interessato a partecipare alla conferenza Mei prenda contatti con Eleonora che aspetta tutti martedì 14 alle ore 20,30 presso l‘oratorio del Duomo in via Forte a Crema.
“Care amiche vi voglio presentare dei prodotti che a mio avviso, e detto dalle persone che li hanno provati, molto buoni.
Li ho conosciuti 5 anni fa attraverso un’azienda italiana con sede a Conegliano Veneto dove ho trovato delle persone che parlano di benessere a 360°.
I prodotti di cui mi piace parlarvi derivano da piante spontanee che nascono, crescono e vengono raccolte nel loro momento balsamico (momento in cui la pianta dà il meglio del suo principio attivo). Vengono portate in laboratorio lasciate in quarantena per verificare se hanno delle problematiche tipo funghi o muffe, poi vengono portate all’estrazione e concentrazione del principio attivo. Una volta verificato il principio attivo ottimale, cioè la percentuale ottimale descritta sul libro di Farmacopea Ufficiale Europea (mediante 2 laboratori) il prodotto viene messo in produzione. Ma non sempre è così. Alcune piante non sempre raggiungono l’ottimale del principio attivo e a quel punto, tutto il raccolto viene messo da parte o dato a quelle aziende che lavorano prodotti da supermercato, nell’attesa del prossimo raccolto dove verificato il principio attivo il prodotto viene messo in commercio.
La pianta selvatica è l’indispensabile partenza per avere prodotti potenti. Fondamentale, dopo il tempo di riposo (quarantena sanitaria) e della titolazione, secondo i criteri della Farmacopea Ufficiale, è fare la lavorazione con metodi non invasivi e stressanti: nessun diluente pericoloso, nessun stabilizzante tossico, nessuna base pronta e nessun componente chimico che possa alterare l’”anima naturale”. I principi attivi sono estratti per spremitura a freddo o con la tecnica degli ultrasuoni. Questo accade sia per gli integratori e sia per i fitocosmetici. I prodotti Mei sono, tutti, certificati come “puri”.
La filosofia è  - La natura ci dona il benessere, una corretta informazione ci fa scegliere meglio - .
La natura ci dona il meglio per fare prevenzione, per disintossicarci e per curare la nostra pelle.
La prevenzione è la medicina dell’uomo sano, non ha controindicazioni. I suoi farmaci sono quelli che il buon senso mette a disposizione: il movimento, una sana alimentazione e quello che la natura ci offre, per aumentare la nostra protezione contro le malattie.
Il risultato di una buona prevenzione vuol dire ‘Benessere psico-fisico’ che lo si percepisce ritrovando una nuova energia già dal mattino, perdendo quei 2/3 kg di troppo perché si impara ad alimentarsi in un modo corretto, a muoversi e ad assumere degli integratori che hanno il compito di ripulire i nostri organi emuntori aiutandoli ad espellere le tossine che durante la giornata producono e per ultima, ma non perché è meno importante, è la pulizia in profondità della nostra pelle.
Forse non tutti sanno che la pelle è l’organo emuntore più importante che abbiamo, e non è solo un involucro ma è la nostra cartina tornasole, quella cioè che ci dice come stiamo internamente, ed è per questo che va trattata con i guanti, va pulita esternamente ma anche internamente fino ad arrivare all’ultimo strato dove essa si nutre. Attraverso i pori lei respira e questi devono essere ben puliti per favorire la fuoriuscita delle tossine e metalli pesanti che i nostri organi producono.
Tutto questo si traduce in un ‘Percorso disintossicante’ che dopo anni di studio ha ottenuto una laurea all’Università di Padova.
Il percorso ha il compito di aumentare l’energia, concentrazione e memoria, riattiva il metabolismo, riequilibria il bioritmo sonno-sveglia, regola la funzionalità intestinale, fa perdere quei 2/3 kg di troppo (dipende quanto la persona deve perdere) fino a 5 kg; e una percepibile luminosità della pelle.
Chiudo col dirvi che come le nostre macchine hanno bisogno del tagliando una volta all’anno, anche noi una volta all’anno abbiamo bisogno di ripulirci per ripartire alla grande…cambiando lo stile di vita, nutrendoci con alimenti sani e di stagione (NOI SIAMO QUELLO CHE MANGIAMO), facendo movimento giornalmente ma soprattutto disintossicandoci da tutto ciò che il nostro corpo è costretto ad assorbire.
Come la macchina che portiamo a fare il tagliando una volta all’anno dove vengono cambiati i filtri dell’aria, viene cambiato l’olio, la batteria, le pastiglie dei freni ecc. ecc., ecco anche il nostro corpo ha bisogno almeno una volta l’anno di essere ripulito e disintossicato.
Come?    Attraverso la pulizia dei nostri organi emuntori che sono: Pelle, sangue, reni, intestino e fegato. Questi sono gli organi che hanno il compito di espellere le tossine e le scorie metaboliche che il nostro corpo produce giornalmente, perché se non espulse vanno in giro per i nostri organi intossicandoli facendoli ammalare”.
Eleonora 

sabato 25 febbraio 2017

Frittelle per Carnevale, ma con l’olio giusto

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Il carnevale porta con sé, quasi inevitabilmente, le frittelle, ho pensato quindi, per rimanere nell’ambito della salute, di approfondire il tema dell’olio da frittura, per capire meglio quale è meglio impiegare e perché.


Il testo che riporto oggi quasi integralmente è scritto dal prof. Dario Bressanini, ricercatore presso il dipartimento di scienze e alta tecnologia dell’Università degli studi dell’Insubria, e da sempre stretto collaboratore della Fondazione Umberto Veronesi.
“La frittura è il procedimento di preparazione degli alimenti che mette più a dura prova la stabilità dell’olio: se riscaldato ad alte temperature, può andare incontro a una ossidazione da cui si formano alcune sostanze nocive. Una temperatura troppo elevata o un uso prolungato dello stesso olio possono rendere più marcati gli effetti di queste reazioni.
Quanto all’olio da scegliere, non ce n’è uno migliore in assoluto. Ci sono alcune regole da rispettare, però. Un olio è più resistente se contiene una quota maggiore di acidi grassi monoinsaturi. È il caso dell’olio di oliva, il cui contenuto di acido oleico è superiore a tutti gli altri.
Ma anche l’olio di arachide ha un’alta resistenza che lo rende ideale per una buona frittura. L’extravergine di oliva, non essendo raffinato e quindi dotato di una scorta di acidi grassi liberi superiore, ha una quota di sostanze che lo rendono pregiato, ma che ad alte temperature vengono degradate, assieme all’aroma, che tende a svanire. Ecco perché, se non a basse temperature o in presenza di una bassa acidità (ma il pH non è indicato in etichetta), il suo utilizzo nelle fritture non è consigliato. Gli oli di semi di girasole, mais e soia tendono a deteriorarsi facilmente se esposti all’aria e ad alte temperature. 
Dunque, in sintesi, l’olio di oliva non extravergine e quello di semi di arachidi, soprattutto per le preparazioni dolciarie, hanno un profilo più adatto allo stress di una frittura. Merito anche di un punto di fumo adeguato, che rappresenta la temperatura a cui scaldando un certo olio si comincerà a produrre fumo in modo continuo.
Non bisognerebbe mai friggere a una temperatura inferiore a 160 e superiore a 180 gradi. È in questo intervallo che, con un tempo adeguato, si ottiene la migliore cottura senza la liberazione di sostanze tossiche. Sebbene di nessun olio si conosca con esattezza il punto di fumo, quelli di oliva e di semi di arachidi rientrano sicuramente nell’intervallo: nonostante le dovute variabilità tra i singoli prodotti. Per essere sicuri, però, raccomando di usare sempre un termometro da cucina.
Per ottenere una buona frittura, oltre al tempo e alla durata della cottura, è fondamentale cucinare in un’adeguata quantità di olio. Quando se ne usa poco e si cuoce tutto assieme, la temperatura scende anche fino a 150 gradi e gli alimenti tendono ad assorbire l’olio, senza completare la cottura.
Meglio, invece, usare più olio e friggere gli alimenti di volta in volta, scolando quelli pronti e mettendo nella padella quelli da cuocere. In casa, infine, è sempre meglio evitare il riutilizzo di olio. Se proprio necessario, comunque, è meglio non rabboccarlo. Una volta finita la cottura, conviene gettare l’olio vecchio e metterne altro in padella”.

Quindi, riassumendo direi:
  • Sì all’olio di semi di arachidi e all’olio d’oliva.
  • Sì all’olio extravergine ma solo a basse temperature
  • Non superare la temperatura di 180 gradi (dotarsi di un termometro da cucina)
  • Utilizzare una adeguata quantità di olio 
  • Evitare il riutilizzo dell’olio e non rabboccarlo
  • Gettare l’olio a fine cottura…ma negli adeguati raccoglitori dell’olio esausto, per noi cremaschi presso la Piattaforma di raccolta differenziata e presto anche in centro città.

Ricetta di frittelle light

Ingredienti:
4 mele
la buccia di 2 arance naturali
la buccia di un limone naturale
700 gr farina
6 uova intere
150 gr. di zucchero
50 gr. di olio di semi di girasole
50 gr. di latte
2 bustine di cremor tartaro (lievito)
rum o mandola amara
vaniglia
un pizzico di sale

Preparazione:
grattuggiare le bucce degli agrumi
unire le mele alle bucce, aggiungere gli altri aromi, il sale, lo zucchero e le uova,  sbattere il tutto per qualche minuto, poi setacciare lievito e farina,
per la quantità di farina regolarsi ad occhio, in ogni caso l’impasto risulterà abbastanza liquido, non come le classiche frittelle, una volta immerse nell’olio a 170° si gonfieranno fino ad ottenere delle belle forme sferiche (aiutarsi con due cucchiai, uno da minestra per raccogliere l’impasto dalla ciotola e uno da caffè per far cadere l’impasto nell’olio).
Una volta che avranno preso colore da entrambi i lati (girarle con un mestolo forato) metterle a riposare su della carta assorbente per frittura.